Salita invernale al K2

Per la montagna pakistana si chiude un ciclo di “conquiste” iniziato nel 1954.

Foto: Manuel Lugli da planetmountain.com

La salita invernale al K2. Sebbene il termine piuttosto battagliero di “conquista” non sia molto affine con i concetti dell’alpinismo più romantico, è comunque spesso utilizzato per celebrare le grandi imprese che dalla metà del 1800 si compiono sulle montagne di tutto il mondo.

La storia alpinistica di questo gigante pakistano inizia agli inizi del ‘900 quando le prime spedizioni ne tentarono la vetta. Passano però circa 50 anni prima i primi uomini (gli italiani Compagnoni e Lacedelli) mettono piede per la prima volta sulla sua vergine vetta di 8611 mslm.

Il cerchio di exploit alpinistici su questa montagna si chiude proprio quest’anno, il 16 gennaio 2021 con prima salita invernale al K2. Il k2 è una delle montagne con il più alto tasso di mortalità ma ciò nonostante l’inverno 2020-21 ha portato numerose spedizioni al campo base speranzose di salire l’ultimo “8000” ancora inesplorato in inverno.

Tra i numerosi contendenti un team di 10 nepalesi arriva finalmente in vetta. La notizia che arriva nel pomeriggio di sabato 16 gennaio 2021 è quasi una liberazione per tutti, l’impresa dell’anno  è compiuta.

Come sempre accade, quando si verifica un evento di questa portata, le opinioni di tutti gli appassionati di alpinismo, e non, si sprecano. Si passa dalla grande felicità di alcuni, alle puntigliose e pedanti critiche più disparate di altri.

Le impressioni si sono veramente sprecate. La maggior parte delle opinioni più qualunquiste sono piovute durante il lasso di tempo trascorso tra il raggiungimento della vetta del gruppo e la discesa a campo base quando per ovvie ragioni non si avevano ancora tutti i dettagli.

La questione principale del dibattito si riflette sul potenziale utilizzo delle bombole di ossigeno o meno da parte del team. L’utilizzo dell’ossigeno artificiale è infatti un fattore determinante per valutare, in ambito alpinistico, lo stile dell’impresa.

Lo stile di salita, una questione di scelte

Qualsiasi salita in montagna ha delle proprie caratteristiche che rispecchiano il modo di esprimersi di qualsiasi alpinista che le compie. L’alpinismo non è uno sport ma un’attività libera dove ognuno in maniera totalmente soggettiva pone alla propria salita determinate condizioni, non ci sono regole predeterminate ma diversi modi di approcciarsi ad esso.

Come si fa a giudicare?

A meno di chi l’ha provato, nessuno sa cosa significa veramente salire una montagna di 8000 metri o più. E’ quindi impossibile per la maggior parte degli ”opinionisti” pronunciarsi con oggettività. E’ facile sminuire una tale impresa dal caldo di casa propria, perché è stato fatto uso di ossigeno, mentre risulta difficile soppesare in maniera imparziale l’imprescindibile  grande portata di un’intera spedizione simile: l’allenamento, i sacrifici, la determinazione di questi ragazzi non è minimamente osservata. Tutti questi fondamentali aspetti, che non si vedono ma rappresentano i componenti più importanti, vengono totalmente annullati.

L’ utilizzo dell’ossigeno

Per tornare allo stile scelto il 90% del gruppo ha deciso di utilizzare le bombole di ossigeno supplementare dichiarandolo liberamente, umanamente un comportamento assolutamente etico e onesto. La notizia ancora più straordinaria è stata quella che Nirmal Purja ha preferito non fare uso di ossigeno, salendo quindi nello stile più naturale possibile.

Nelle spedizioni himalayane come dicevo è fondamentale specificare se viene utilizzato o meno l’ossigeno supplementare, si tratta di un discorso puramente stilistico. Si è sentito spesso il paragone che l’ossigeno sta all’alpinismo come il doping allo sport.

L’ossigeno sta all’alpinismo come il doping allo sport?

Beh sicuramente l’ossigeno agevola senza dubbio le prestazioni. Fa una sostanziale e pesante differenza rispetto al fatto di farne a meno, ma non per questo me la sentirei di paragonarlo a tutti gli effetti al doping.

Innanzitutto perché il doping nello sport è utilizzato in maniera nascosta, mentre l’eventuale utilizzo dell’ossigeno in una spedizione è sempre dichiarato (salvo ovviamente per chi vuole agire in maniera ingannevole). Esso non rappresenta quindi un mezzo per truffare o millantare le proprie prodezze, ma piuttosto una scelta arbitraria rispetto alla scelta dello stile di salita. (Come appunto dicevo in precedenza).

Per fare un paragone più comune rispetto allo stile di andare in montagna, potrebbe avere senso tracciare l’analogia pensando alla differenza tra le vie “a spit” rispetto alle vie tradizionali?

Mi immagino per esempio questi due diversi stili di arrampicata su roccia: il primo con una buona soglia di sicurezza con ancoraggi sicuri al 99%, gli spit appunto, mentre il secondo prevede di scalare in maniere diametralmente opposta, ovvero in totale assenza di assicurazioni.

L’alpinismo non è uno sport!

Il secondo aspetto che mi porta a non considerare l’ossigeno come il doping è che come già detto è un lato importante e affascinante dell’alpinismo, il quale non è, e non deve, essere considerato uno sport.

L’alpinismo prescinde quindi da regole dettate a monte ma dipende unicamente dalle condizioni che l’alpinista stesso si pone, in totale indipendenza rispetto alla “classifiche” e ai primati statistici che,  giustamente, discriminano le salite in relazione ai mezzi impiegati.

L’obiettivo di questa riflessione è quella di poter sentire opinioni diverse rispetto alle mie considerazioni per confrontarsi un po’ sui diversi punti di vista di ognuno.

Lo stile alpino in Himalaya

Adesso che il modo di salire i diversi “ottomila” sembra esaurito, attendiamo l’epoca di un nuovo himalaysmo totalmente puro, che in certi casi già abbiamo visto applicare da qualcuno, ovvero quello dello stile alpino. Lo stile veramente pulito: senza portatori, senza corde fisse e senza campi preallestiti.

Link:

https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/k2-gli-alpinisti-nepalesi-si-aggiudicano-la-storica-prima-salita-invernale.html

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