Valle dell’Orco. Chiodo fisso.

Valle dell’Orco. Chiodo fisso.

Il chiodo fisso: ne avete uno? Di solito come funziona a voi, va a periodi, o da tempo sempre lo stesso vi ossessiona tutti i giorni?

Sono andato in giro per il web a farmi una cultura a proposito. Non è possibile che ogni giorno inderogabilmente c’è una cosa, la stessa cosa, che vi fa riflettere su una qualche cosa (ho detto “cosa” ?) anche solo per un micromillesimo di decimo di secondo.

Perchè succede? Qual è la spiegazione? Che meccanismo psicologico c’è dietro? Allora ho cercato su Google: C H I O D O F I S S O. Risultati: ben 335000 estratti in 0,34 secondi dal motore più performante e meno inquinante del mondo. Allora vediamo un pò: “ferramenta chiodo fisso”, “bar chiodo fisso”, “ristorante chiodo fisso”, “chiodo fisso modo di dire”. Mmm… gira male…

Sarà la primavera che smuove tutti gli animi, o forse che in questo periodo si cominciava ad uscire un montagna insieme un pò più spesso. Eh si Teo, un anno fa eravamo in Valle dell’Orco (in Piemonte). Quel dì avevamo scelto (cioè, tu avevi scelto) di ripetere la via “Diedro Nanchez” ma per vari motivi atmosferici (da basso si vedeva chiaramente che la roccia in quella zona era fradicia) abbiamo dovuto ripiegare su altro, che cosa non sapevamo.

La Valle dell’Orco risulta essere un ottimo spot per avventurarsi su delle sane e genuine vie di arrampicata. E’ una location che offre la possibilità di arrampicare in modalità “Trad”, sicuramente l’inglesismo fa figo e crea curiosità, ma il significato è molto semplice: si, nel trad ti devi “disciulare” (devi darti da fare, per capirci). Per usare un eufemismo calcistico, sarebbe come dire: “palla lunga e pedalare”, non puoi stare li tanto a riposarti appeso a qualche chiodo da 22mila newton, perchè non ce ne sono!!! Trad significa progredire arrampicando proteggendoti solo con l’ausilio dei tuoi attrezzi, quelli che come un mulo ti sei portato dietro attaccati all’imbragatura. Tendenzialmente non trovi chiodi lungo il percorso, se non quelli “tradizionali” che ha lasciato il generoso (anzi molto spesso avaro, o meglio sgranato) apritore a suo tempo.

Vabbè, dicevo, stavamo quindi cercando un’alternativa, iI diedro era bagnato (per mia fortuna aggiungerei, roba dura quella). Senza altre relazioni stampate (in Valle risulta difficile trovare le via giusta) come dicevo di chiodi non ce ne sono poi tanti, soprattutto alle partenze scarseggiano quindi è facile perdersi tra le rocce. Iniziamo comunque a ritornare sui nostri passi col il naso all’insù per cercare di scorgere qualche itinerario. “E’ difficile!” esclamo, “rischiamo di finire nei guai andando a naso”, Teo annuisce quasi sconsolato, ma trovo subito la soluzione: sfoglio nella rubrica del telefono e cerco il numero di Marco, un altro “malato” di montagna. Siccome sapevo che quel giorno era già in pista di buon ora per impegni vari ho deciso di disturbarlo. “Senti Marco, ciao…!” Gli spiego la faccenda e subito ci fornisce il preciso supporto che eravamo sicuri di trovare in lui. Ricevute le informazioni necessarie belli contenti ci prepariamo e incominciamo ad arrampicare. Scegliamo la via, abbiamo capito dove attacca, quindi si va! Parte Teo su un tiro non difficile ,ma completamente bagnato, io da sotto inizio a preoccuparmi ma, una volta assicurato, lo seguo ugualmente. Arrivato alla prima sosta ci tranquillizziamo entrambi, la parte sovrastante è asciuttissima quindi si può procedere contenti e senza dubbi. Lascio l’onore ancora a Teo di fare il secondo tiro… preferisco. Lui non aspettava altro! La cordata va sempre meglio. La successiva lunghezza la affronto io e con molta serenità, ci siamo scaldati e ormai è maturata la giusta confidenza con lo stile di scalata del posto. Affronto quindi il terzo tiro. Bisogna proteggersi con i propri strumenti. Non so perchè ma quando trovi qualche chiodo che ha messo un altro prima di te ti senti sempre più tranquillo, ma delle tue protezioni non ti fidi mai, piazzi il friend (dispositivo a camme che si incastra in fessura per trattenere un’eventuale caduta) e prosegui, inizi a tremare dalla fatica. Il tremore è un altro aspetto curioso dell’arrampicata: ad un certo punto sembra che stai ballando lo swing, le ginocchia ballano come quelle di Elvis ma al contrario di lui diventi talmente rigido che ti dimentichi di respirare, i muscoli si riempiono di anidride carbonica, e la testa inizia a sperare in bene. Ti vengono in mente le più remote preghiere che ripetevi al catechismo, sei inondato da un effetto mistico ma ciò nonostante la bestemmia è li pronta per uscire. Alla fine arrivi in sosta (cioè al sicuro) e scopri che poi non era così difficile, come al solito era tutta questione di testa insomma (e di respirazione).

Ad un certo punto arrivi alla fine della via, e li ti senti come un veterano. Tutto finito, fuori dalle difficoltà inizi a goderti la giornata ripensando ai passaggi che hai superato durante la salita. Le imprecazioni però non sono finite: è matematico che quando sfili la corda per calarti, questa si impigli da qualche parte, bastano 4 parolacce e lei scende, se invece ciò non avviene devi pensare a qualche intervento più pratico e concreto. Dopo che sei sceso e sei arrivato a casa questa giornata te la porti dietro per sempre, forse è questo il vero motivo che ci spinge ad andare in montagna: conservare un ricordo di un’avventura e sfoderarlo nei momenti più tristi, per tirarsi su, per riviverlo e rinfrescarlo nella memoria mantenendolo gelosamente vivo dentro di noi.

27-05-2017 Itaca nel sole, Valle dell’Orco

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